
Francesca Romana Grippaudo

Michele Pezzella
Uno studio italiano ha indagato l’effettivo valore informativo in medicina e chirurgia plastica di alcuni chatbot basati sull’intelligenza artificiale per valutare l’affidabilità delle risposte fornite
La crescente popolarità di chatbot basati sull’intelligenza artificiale generativa e sull’apprendimento automatico, come ChatGpt e Gemini, non solo nella vita di tutti i giorni ma anche in vari contesti sanitari, ha sollevato domande sulla loro capacità di fornire informazioni accurate e affidabili. Un recente studio ha valutato il valore informativo di risposte fornite dai chatbot a precisi quesiti inerenti la chirurgia plastica e la medicina estetica, confrontandole con le opinioni di chirurghi esperti. Francesca Romana Grippaudo, professoressa associata di Chirurgia plastica all’Università “La Sapienza” di Roma, ha coordinato la ricerca che è stata recentemente pubblicata su Aesthetics Plastic Surgery e che vede come primo autore Michele Pezzella, della Scuola di Chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica nello stesso ateneo (Grippaudo FR, Jeri M, Pezzella M, Orlando M, Ribuffo D. Assessing the Informational Value of Large Language Models Responses in Aesthetic Surgery: A Comparative Analysis with Expert Opinions. Aesthetic Plast Surg. 2025 Feb 18)
«In una fase molto embrionale dello studio – spiega Pezzella – ci siamo immedesimati nei pazienti e abbiamo posto ai chatbot delle domande che incontriamo tutti i giorni nella nostra pratica clinica. Ci siamo immediatamente resi conto che le risposte sono molto verosimili, anche per noi era difficile capire se l’informazione fornita fosse stata generata da un’intelligenza artificiale o da uno specialista. È così nata l’idea di approfondire la questione e rendere oggettivi i risultati, sottoponendo le stesse domande a un gruppo di colleghi di comprovata esperienza».
I ricercatori hanno selezionato trenta pazienti sottoposti a tre procedure comuni: filler dermici, iniezioni di botulino e blefaroplastica estetica. Le domande più frequenti poste da questi pazienti sono state registrate e inviate a ChatGpt 3.5 e Google Bard v.1.53 (recentemente ribattezzato Gemini). Le risposte fornite sono state quindi valutate da 13 chirurghi plastici estetici esperti su una scala Likert per accessibilità, accuratezza e utilità complessiva.
Chatbot: risposte buone, ma fonti poco chiare
Le valutazioni generali delle risposte dei chatbot sono state positive; i chirurghi generalmente le hanno trovate accurate e chiare, ma i primi e più rilevanti dubbi sono emersi nel memento in cui i sistemi venivano interrogati riguardo alle fonti delle informazioni fornite. «Le risposte – riferisce Pezzella – appaiono in quel caso molto evanescenti e poi, indagando nel dettaglio, si viene a sapere che alla base non esiste un database predefinito di qualità accertata. In altre parole, non vengono elaborate a partire da un pool di articoli peer-reviewed, sembra che questi sistemi non siano in grado di discriminare tra un sito di puro marketing, magari scritto da persone senza una preparazione medica specialistica, un articolo scientifico con evidenze scientifiche. Al di là del nostro studio, è esperienza di molti che il sistema fornisca informazioni, per esempio link ad articoli, verosimili ma completamente inventate».
Lo studio non ha portato a una netta differenziazione nell’affidabilità dei due strumenti utilizzati, Bard e ChatGpt, mentre lo studioso fa notare il differente approccio che l’utente si trova ad adottare quando interroga un chatbot di intelligenza artificiale generativa rispetto all’ormai tradizionale motore di ricerca di Google. «Anche in Google abbondano le fake news e, in ambito medico, i ciarlatani che vantano un’esperienza inesistente ed è compito dell’utente districarsi tra le informazioni verificate e quelle non affidabili. Ma nei motori di ricerca la fonte è più evidente e l’utilizzatore deve fare quel piccolo gesto attivo di selezionare tra le diverse informazioni che compaiono sullo schermo e cliccare su quella che ritiene più interessante e affidabile. Nei chatbot anche quest’ultimo margine di scelta scompare e l’accresciuta verosimiglianza delle risposte può diventare un problema perché si è portati a pensare che siano sempre corrette».
I rischi nel non potere o sapere discriminare tra le fonti di informazione sono evidenti, e la cronaca ha reso noto a tutti il tragico caso di una ragazza romana deceduta per essersi fidata delle affermazioni di marketing di uno studio, senza aver saputo entrare nel merito delle competenze di chi aveva fornito queste informazioni. È un filone di ricerca che Francesca Romana Grippaudo sta portando avanti da almeno vent’anni: «Da quando andavo a verificare la responsabilità professionale in merito al marketing che veniva fatto per promuovere determinate procedure di medicina estetica su vari siti; purtroppo i risultati sono sempre stati abbastanza ambivalenti e poco seri e, attraverso meccanismi diversi, i problemi si mantengono con i chatbot, le cui risposte, lette in modo superficiale, sembrano andare benissimo, ma dove le fonti non sono verificate e spesso neppure verificabili dall’utente. Quest’ultimo studio costituisce anche l’inizio di una nuova linea di ricerca, che proseguirà approfondendo altri aspetti relativi all’intelligenza artificiale e all’uso ottimale che se ne può fare nel nostro settore specifico».
La discussione sul ruolo di questi strumenti e sui rischi connessi al loro utilizzo è solo all’inizio, ma appare evidente l’impossibilità pratica di imporre restrizioni in un mondo che, anche a ragione, appare affascinato da quella che si sta annunciando come una delle più impattanti innovazioni tecnologiche degli ultimi anni.
Il dottor Pezzella è comunque ottimista e ricorda le polemiche che si erano scatenate quando, all’inizio del secolo, venne introdotto Wikipedia. Oggi appare come uno strumento sicuro e che garantisce un accesso più semplice e veloce a numerose informazioni, ma alla sua comparsa non erano pochi i detrattori, che temevano un impoverimento culturale dovuto alla facilità di ottenere informazioni con un paio di click anziché al termine di un processo di studio e approfondimento.
Fare corretta informazione è un compito del medico
È ovviamente compito dei medici, dell’università e delle società scientifiche fare opera di informazione corretta e di in invitare le persone alla cautela, alla discriminazione delle fonti informative e alla verifica delle informazioni stesse. «Il medico, nel suo rapporto con il paziente, rimane al centro delle cure – ribadisce la professoressa – gli strumenti, anche i più avanzati, possono fornire informazioni aggiuntive, possono soddisfare le comprensibili curiosità dei pazienti, ma occorre sempre riportare il tutto alla realtà. Succede quotidianamente che i pazienti chiedano ai medici prestazioni fuori luogo o palesemente assurde perché hanno visto un film, un reel su instagram o, appunto, letto le risposte di un chatbot. È sempre più essenziale che il medico non si limiti all’esecuzione nel modo migliore di una prestazione specialistica. Oggi questo non basta più e assume sempre maggiore rilievo quel dialogo, che spesso nel caso del chirurgo plastico si approfondisce nella prima visita, in cui si può tracciare la linea di discriminazione tra quello che è giusto e possibile fare e le aspettative irrealistiche. Del resto, nell’era di Internet, e ben prima che si rendesse disponibile al grande pubblico l’uso dei chatbot, accade molto spesso che un paziente, senza avere una preparazione di base e dopo aver interpretato male alcune informazioni, abbia la presunzione di sapere delle cose che in realtà non conosce. Servono pazienza, empatia e la costanza di fornire le informazioni corrette».
Il tutto è ben riassunto dalle conclusioni dello studio: «Sebbene i chatbot abbiano il potenziale per fornire ai pazienti un accesso veloce e immediato alle informazioni sulla chirurgia plastica estetica, i loro attuali limiti in termini di trasparenza e completezza richiedono cautela nell’utilizzarli come fonte primaria di informazioni. Sono necessarie ulteriori ricerche per sviluppare chatbot più affidabili per applicazioni sanitarie».
Renato Torlaschi
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