
Pierfrancesco Cirillo
Le tendenze attuali vedono un ritorno dei trattamenti chirurgici del collo, dai risultati più duraturi. In aumento anche il numero delle persone che intraprende un percorso di transizione di genere e che chiede un volto più corrispondente alla propria identità
Sono molti i temi clinici che trovano spazio al Congresso dell’Associazione italiana di chirurgia plastica estetica (Aicpe) di quest’anno, ma due sono trattati in maniera più approfondita: i trattamenti estetici del collo, chirurgici e non, e la chirurgia estetica di gender, con particolare riguardo alla mascolinizzazione e femminilizzazione del volto. Della loro attualità ci ha parlato Pierfrancesco Cirillo, presidente Aicpe.
Dottor Cirillo, quali sono le particolarità e le difficoltà della chirurgia del collo?
Sia i trattamenti chirurgici che quelli meno invasivi mirano al miglioramento di una zona importante e particolarmente difficile, perché è caratterizzata anatomicamente da un’elevata mobilità e tende in maniera naturale a un cedimento dei tessuti. La difficoltà è certamente maggiore rispetto ad altre chirurgie e altri trattamenti e richiede una maggiore esperienza da parte dell’operatore. Al congresso vengono presentate molte diverse novità in queste tecniche.
Quali sono le nuove tendenze per il collo?
C’è una maggiore attenzione al trattamento di questo distretto corporeo e assistiamo a un ritorno dei trattamenti chirurgici di lifting del terzo inferiore, perché rispetto ad altre parti del corpo i trattamenti meno invasivi del collo offrono risultati limitati e certamente inferiori rispetto alla chirurgia. Oggi i pazienti tendono a chiedere trattamenti più risolutivi e dal punto di vista tecnico c’è una maggiore attenzione a risultati che siano più duraturi nel tempo. Qualche anno fa erano molto popolari i minilifting, ma i pazienti hanno capito che comportavano anche “mini-risultati” e “mini-durata”: chi vuole ottenere miglioramenti più stabili nel tempo deve affrontare un percorso chirurgico.
Restano però molte le persone che vogliono evitare questa strada sicuramente più impegnativa e anche per loro ci sono varie novità. Tra le tecniche mininvasive per il trattamento estetico del collo, figurano le radiofrequenze in associazione a fili di sospensione e laser che creano una maggiore tensione attraverso fibre ottiche. Danno risultati soddisfacenti anche se non sovrapponibili a quelli offerti dalle tecniche chirurgiche; non lasciano cicatrici e, rispetto al lifting, non richiedono un periodo di convalescenza e hanno costi minori.
Come è possibile orientare il paziente verso l’opzione più opportuna?
Anche per questo tipo di chirurgia, una corretta selezione del paziente è fondamentale.
Prima di iniziare un percorso chirurgico, occorre esaminare con attenzione il volto del paziente. Un viso alla Modigliani, ovale e senza molto supporto osseo, né a livello della mandibola né nella zona zigomatica, avrà risultati sicuramente inferiori rispetto a chi ha una mandibola ben definita. La chirurgia dei tessuti molli deve appoggiarsi a una stampella ossea: se questa è scarsa, bisogna a volte sconsigliare al paziente un percorso chirurgico che potrebbe non soddisfare le sue aspettative e orientarlo invece verso tecniche non chirurgiche che possono dare risultati abbastanza soddisfacenti nel suo caso.
Altre volte si può pensare di aumentare la regione della mandibola attraverso impianti di protesi mandibolari che integrino il supporto osseo mancante: anche questa è un’opzione possibile, ma è molto più invasiva e impegnativa per il paziente.
L’altro argomento messo al centro del congresso Aicpe di Firenze è la chirurgia estetica di gender. Che tipo di interventi vengono fatti?
Esistono prima di tutto varie tipologie di pazienti; tradizionalmente veniva richiesta una mascolinizzazione del volto maschile o una femminilizzazione del volto femminile, ma nell’ultimo decennio è molto aumentato il numero di persone che hanno intrapreso un percorso di transizione di genere e che vogliono un volto più corrispondente alla propria identità, che sarà raggiunta dopo una serie di passaggi non solo chirurgici, ma anche farmacologici e psicologici.
Nella mascolinizzazione, i pazienti vogliono soprattutto avere un angolo mandibolare ben definito, che corrisponde all’archetipo estetico maschile: in questi casi si può ricorrere al trapianto di tessuto adiposo, a protesi o anche a filler.
Nella femminilizzazione si cerca solitamente di migliorare la zona zigomatico-malare, per dare quelle rotondità che il tempo toglie o che la persona non possiede dal punto di vista genetico.
Nel soggetto che sta facendo un percorso di transizione M to F (dal sesso maschile a quello femminile), oltre alla femminilizzazione del volto è spesso richiesta un’asportazione minimale della cartilagine tiroidea, il cosiddetto pomo d’Adamo, molto meno visibile nella donna e spesso considerato come stimmate del volto maschile, che queste persone vogliono ridurre.
La transizione di genere non si esaurisce mai in una volta sola, ma si avvale di tanti step per arrivare a un risultato condivisibile; spesso il paziente non ha inizialmente un’idea del risultato che può ottenere e lo si raggiunge piano piano, con una serie di interventi che portino a un volto più naturale possibile e che non risulti macchiettistico.
Il chiriurgo può mostrare al paziente il risultato previsto con l’ausilio di software?
Purtroppo questi software sono ancora poco affidabili per la chirurgia del volto. Ce ne sono alcuni che funzionano molto bene per il seno o altre parti del corpo e anche per la chirurgia del naso, in cui riescono a dare un’idea del profilo che si otterrà dopo l’intervento, ma riguardo alle rotondità del volto non ci sono ancora software in grado di dare un’idea realistica di quello che si può raggiungere.
Quindi cosa si aspettano i pazienti?
Il nostro problema è il cosiddetto “limite del dottor Google”: attraverso le ricerche su web, molte persone arrivano in studio con una “superinformazione” che diventa spesso disinformazione e il chirurgo deve talvolta resettare queste convinzioni imprecise o errate, che danno origine ad aspettative non realistiche, e fare chiarezza sulle reali possibilità dell’intervento.
Esistono difficoltà particolari quando la femminilizzazione o la mascolinizzazione rientrano in un percorso transgender?
Non dobbiamo dimenticare che le persone che affrontano una transizione di genere vengono sottoposte a terapie ormonali che spesso non aiutano la chirurgia e bisogna sempre confrontarsi con l’endocrinologo che sta seguendo il paziente.
A questo riguardo ci sono criticità maggiori nel passaggio F to M, perché il testosterone produce un rallentamento della cicatrizzazione. Ed è evidente che per noi è un aspetto fondamentale: se per un chirurgo ortopedico, un paziente che torna a camminare dopo un’intervento relega in secondo piano una brutta cicatrice, per un chirurgo plastico, non lasciare cicatrici antiestetiche è parte integrante del risultato che vuole raggiungere.
Renato Torlaschi








