
Lucrezia Sugliano
La tecnologia laser Q-Switched, grazie alla sua capacità di generare impulsi brevissimi e ad alta intensità, è in grado di colpire e frammentare selettivamente i pigmenti dei tatuaggi, eliminandoli senza compromettere i tessuti circostanti
Negli ultimi anni la tecnologia laser ha trasformato radicalmente l’approccio alla rimozione dei tatuaggi. Se un tempo eliminare un tatuaggio significava sottoporsi a lunghi trattamenti, con esiti cicatriziali e risultati incerti, oggi la medicina estetica dispone di strumenti sempre più avanzati, precisi e sicuri, come il laser Q-Switched, che è stato il primo a offrire un’alternativa realmente efficace, permettendo di colpire in modo mirato i pigmenti del tatuaggio senza danneggiare i tessuti circostanti. Ma non si tratta solo di cancellare dei segni dalla pelle, spiega Lucrezia Sugliano, medico estetico, esperta di trattamenti laser: «Rimuovere un tatuaggio non è solo eliminare un pigmento: è accompagnare una persona in un percorso di cambiamento, spesso emotivo oltre che estetico. Per me è un atto di ascolto, di fiducia reciproca e di cura. Il laser è solo uno strumento: quello che fa la differenza è come lo si utilizza, con quale attenzione, e con quanta empatia verso chi si affida a noi. È questo che rende il nostro lavoro così unico».
Dottoressa Sugliano, in cosa consiste la tecnologia Q-Switched e cosa la rende adatta alla rimozione dei tatuaggi?
La tecnologia Q-Switched è stata un vero punto di svolta nella rimozione dei tatuaggi. Si tratta di un laser a impulsi ultra brevi (nell’ordine dei nanosecondi) che permettono di frammentare selettivamente il pigmento senza danneggiare i tessuti circostanti. Quello che la rende così efficace è proprio la capacità di generare un effetto fotoacustico: a livello microscopico, il fascio laser Q-Switched viene assorbito selettivamente dai pigmenti del tatuaggio in base alla loro lunghezza d’onda, dando origine a una rapida espansione termica del pigmento, che si rompe in frammenti molto più piccoli. Le cellule del sistema immunitario, in particolare i macrofagi, sono poi in grado di fagocitare queste particelle e smaltirle gradualmente. È un processo affascinante perché sfrutta la fisica della luce e la biologia della risposta infiammatoria senza incidere meccanicamente sulla cute. Questa tecnologia è precisa, sicura e lavora nel rispetto della pelle.
Quanto incide il tipo di pelle e la profondità del tatuaggio sull’efficacia del trattamento?
Tantissimo. Ogni paziente è unico, e lo è anche ogni tatuaggio. Il fototipo cutaneo è un fattore chiave nella scelta dei parametri di trattamento: su pelli più scure devo essere molto più cauta per evitare discromie o iperpigmentazioni post-infiammatorie. La profondità dell’inchiostro e la densità del pigmento sono altre variabili fondamentali: un tatuaggio artigianale e superficiale risponde più velocemente di uno professionale, molto saturo e profondo. Per questo ogni percorso di rimozione è personalizzato, e va spiegato bene al paziente già in prima visita.
Ci sono controindicazioni specifiche o categorie di pazienti per cui sconsiglia l’uso di questa tecnologia?
Sì, ci sono alcune situazioni in cui preferisco non procedere: gravidanza, patologie fotosensibili, infezioni cutanee attive, cicatrici cheloidee o pazienti con tendenza a iperpigmentazioni reattive. Anche l’assunzione di alcuni farmaci fotosensibilizzanti (retinoidi, antibiotici) richiede particolare attenzione. È essenziale eseguire un’anamnesi dettagliata e, quando necessario, un test su una piccola area.

CASO CLINICO Giovane paziente, fototipo II, che si è sottoposta a un trattamento di rimozione di un tatuaggio nero sul braccio sinistro. La prima seduta è andata perfettamente, ma alla seconda, nonostante l’utilizzo degli stessi parametri, ha sviluppato vescicole e successiva sovrainfezione locale. Abbiamo gestito tempestivamente la fase acuta, ma alla guarigione clinica si sono formati cheloidi lungo tutta l’area trattata. È iniziato così un percorso lungo due anni, fatto di microinfiltrazioni intralesionali di cortisone, sedute di laser CO2 frazionato e applicazioni domiciliari di gel siliconici. La paziente, nonostante tutto, ha scelto di affidarsi completamente: questo ha fatto la differenza. Oggi siamo vicine alla conclusione del trattamento, con un netto miglioramento della qualità della cute e un risultato che, pur non perfetto, racconta una storia di fiducia e tenacia reciproca.
Non è chiara l’origine esatta della complicanza: una possibilità è la presenza di pigmenti contenenti ossidi di ferro, che in letteratura sono stati associati a reazioni termiche anomale con il laser Q-Switched (Ross et al., 1999). Altra ipotesi plausibile è una malgestione delle medicazioni domiciliari, magari nei primi giorni post-trattamento.
Nella sua pratica clinica ha riscontrato una media di sei sedute per ottenere risultati soddisfacenti. Da cosa dipende la variabilità nel numero di trattamenti?
La variabilità dipende da diversi fattori: il colore dell’inchiostro, la sua profondità, il tipo di pelle, ma anche la reattività immunitaria del paziente. Alcuni individui hanno un sistema linfatico più efficiente e rispondono meglio alla frammentazione del pigmento. Inoltre, i tatuaggi “ritoccati” o stratificati sono più difficili da rimuovere, così come quelli già trattati con tecnologie differenti, ad esempio il picosecondico.
Quali sono i colori di inchiostro più difficili da rimuovere?
I più ostici sono senza dubbio il verde e l’azzurro, perché assorbono lunghezze d’onda meno comuni. Il nero è il più semplice da rimuovere, perché assorbe bene quasi tutte le lunghezze d’onda. Per i colori più chiari o refrattari servono laser con lunghezze specifiche, come il 694 nm del rubino o il 755 nm dell’alessandrite.

Immagini prima e dopo la rimozione di tatuaggi con laser Q-Switched
Esistono tecniche o strategie complementari per migliorare l’efficacia del trattamento nei casi più complessi, come ad esempio per l’inchiostro verde o azzurro?
Sì, nei casi complessi utilizzo protocolli combinati: ad esempio, uno “shock termico” con CO2 frazionato pre-trattamento può favorire una miglior penetrazione del Q-Switched. Anche l’alternanza di lunghezze d’onda o l’uso di tecnologie picosecondiche in sinergia può essere una strategia efficace. E infine, è fondamentale il tempo: attendere tra una seduta e l’altra il giusto periodo consente un’efficace eliminazione linfatica e una miglior risposta cutanea.
Che tipo di effetti collaterali sono più comunemente osservati?
Gli effetti più comuni sono eritema, edema, iperpigmentazione post-infiammatoria e, raramente, ipopigmentazione. In alcuni casi, si possono formare micro crosticine o vescicole. Tutti effetti gestibili con una corretta routine post-trattamento: utilizzo di creme lenitive, schermatura solare rigorosa e, nei casi indicati, un breve ciclo con topici a base di idrocortisone o acido azelaico. E se qualcosa va storto, il nostro compito è esserci e curare anche ciò che non dipende solo dal laser, come dimostra il caso clinico presentato.
Qual è il protocollo di follow-up che consiglia dopo ogni seduta e a fine trattamento?
Dopo ogni seduta consiglio di evitare l’esposizione solare per almeno 3-4 settimane, applicare una crema barriera a base di ossido di zinco o pantenolo e, nei primi giorni, non utilizzare cosmetici aggressivi. Il follow-up avviene dopo 6-8 settimane, tempo necessario per valutare la reale risposta del pigmento e decidere se procedere con una nuova seduta. A fine trattamento, controllo l’eventuale presenza di pigmento residuo e monitoro la qualità della cicatrizzazione, eventualmente intervenendo con trattamenti rigenerativi se necessario. Non mi limito alla rimozione dell’inchiostro: accompagno il paziente fino al pieno recupero estetico della zona trattata.
Renato Torlaschi








