
Marco Papagni
Differenze nel fototipo e nella sebacità della pelle influenzano la reattività a procedure per migliorare la skin quality, come peeling e laser, ma anche il clima e l’aderenza del paziente alle indicazioni post-trattamento contribuiscono in modo rilevante al risultato estetico finale
Ringiovanimento cutaneo, gestione di macchie e pigmentazione, esiti di acne giovanile: in tema di skin quality le problematiche dei pazienti sono comuni, ma come cambiano le procedure praticate in Italia rispetto al Medio Oriente? Marco Papagni, medico estetico e chirurgo plastico, docente della Scuola di Medicina Estetica Agorà, insieme a Sima Mandavi, medico estetico di Dubai, ha esplorato le differenze tra i pazienti italiani e quelli mediorientali, focalizzandosi sulle implicazioni anatomiche e climatiche per trattamenti come peeling cutaneo e laser. «Un confronto interessante – spiega Papagni – soprattutto considerando la sempre maggiore interculturalità dei pazienti trattati, anche in Italia, che deve portare i medici che operano con pazienti con caratteristiche diverse a confrontarsi per poter agire consapevolmente. Esito del confronto è una riflessione sulla differenza principale tra le due tipologie di pazienti che riguarda non tanto i protocolli terapeutici, che sono simili, quanto il post-procedura, influenzato da abitudini culturali e climatiche».
Dottor Papagni, quali sono le principali differenze nella fisiologia della pelle tra pazienti italiani e mediorientali? E come influiscono sulle procedure di skin quality?
La differenza più evidente riguarda il fototipo: i pazienti italiani presentano generalmente fototipi più chiari (I-III), con minore quantità di melanina e maggiore sensibilità ai raggi UV rispetto ai pazienti mediorientali, che rientrano prevalentemente nei fototipi IV-V, dotati di una protezione naturale maggiore. Questa differenza ne comporta altre, meno evidenti ma altrettanto importanti, soprattutto a carico della sebacità della pelle, che può influenzare la reattività ai peeling e ai laser. Le cuti grasse risultano infatti più sensibili all’effetto di alcuni tipi di peeling e laser.
Sebbene le problematiche estetiche siano simili, quindi possibile presenza di acne, cicatrici e alterazioni della texture cutanea, anche se con una frequenza della comparsa differente, le modalità di gestione variano significativamente in base alle caratteristiche specifiche della pelle. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, le pelli con fototipo più scuro sono più inclini a problematiche come l’iperpigmentazione delle cicatrici oppure a base ormonale come il melasma. I protocolli terapeutici utilizzati sono perlopiù sovrapponibili, poiché tecnologie, device, peeling e laser e prodotti disponibili sono ormai globalizzati.
In che modo il clima e i livelli di esposizione solare condizionano i protocolli e la gestione post-procedura?
Più che le condizioni ambientali, quello che fa la differenza tra i vari tipi di protocollo è la corretta indicazione: se devo trattare l’acne uso una metodica che è sovrapponibile in entrambe le realtà, se invece il problema da risolvere è una pigmentazione userò un differente tipo di peeling o laser.
Diversa è la gestione del paziente nel post-operatorio: in linea di principio anch’essa è sovrapponibile, ossia modulare l’esposizione solare a secondo del fototipo e dell’aggressività della procedura. In realtà può essere necessario mettere in campo procedure più o meno estese in base al trattamento e al tipo di pelle del paziente. Il clima influisce in modo indiretto, ma rilevante nella gestione post-procedura. Anche se le indicazioni mediche sono simili (fotoprotezione rigorosa e astensione dall’esposizione solare), il grado di aderenza del paziente varia. I pazienti mediorientali, culturalmente più attenti alla protezione solare per via delle condizioni climatiche più estreme, sono più disciplinati nell’applicare creme schermanti e nell’evitare il sole rispetto ai pazienti italiani. Inoltre nei paesi mediorientali, nonostante un’esposizione solare potenzialmente più alta, i pazienti trascorrono molto tempo in ambienti chiusi durante le stagioni calde, come case, centri commerciali e uffici climatizzati e sono a loro volta coperti sul capo e a volte sul viso, di fatto proteggendosi dal sole e riducendo il rischio di complicanze come l’iperpigmentazione post-infiammatoria. In Italia, invece, l’esposizione solare è molto comune, soprattutto nei mesi estivi, e non c’è molto rigore nel rispetto della protezione solare indicata.

In questa paziente è stato effettuato un ciclo di cinque sedute di biostimolazione (ogni 15 giorni), una fiala di filler a base di acido ialuronico per le labbra, una fiala per gli la regione zigomatica e della guancia, una per il solco nasolabiale (una procedura al mese) e una seduta con peeling composto da acido salicilico, piruvico e mandelico. Immagini pre e post-trattamento
Come vengono adattati i protocolli di peeling cutaneo per rispondere alle esigenze specifiche della popolazione?
I protocolli di peeling sono in gran parte sovrapponibili, poiché mirano alla risoluzione di specifiche problematiche cutanee, ma devono tenere conto delle caratteristiche biochimiche della pelle e delle condizioni ambientali. Nei pazienti mediorientali, per esempio, sono più comuni le terapie per pigmentazioni e melasmi, quindi si utilizzano più spesso peeling depigmentanti che agiscono sui melanociti. Si tratta in particolare di peeling multicompositi con acido mandelico, cogico, piruvico. Si somministrano per via cutanea, con dosaggi a percentuale variabile a seconda dei prodotti.
Un’altra considerazione importante riguarda la reattività della pelle: i peeling più aggressivi, come quelli a base di TCA, devono essere modulati con particolare attenzione nei pazienti mediorientali per evitare reazioni iperpigmentanti. Questo è valido anche per i laser, che richiedono parametri personalizzati in base al fototipo e al livello di melanina. Per procedure di miglioramento della qualità della cute si possono utilizzare laser per resurfacing frazionati e non, per curare le pigmentazioni si utilizzano laser di tipo q-switch. Nei pazienti italiani, peeling più delicati a base di acido glicolico o mandelico sono utilizzati per migliorare luminosità e texture, garantendo tempi di recupero più brevi.
Quanto è importante educare i pazienti sull’uso della fotoprotezione post-procedura?
L’educazione del paziente è fondamentale e dovrebbe essere parte integrante di ogni procedura. Le differenze culturali giocano un ruolo importante: nei paesi mediorientali, grazie a fattori culturali e climatici, l’uso di abiti coprenti e la consapevolezza del rischio solare sono già radicati, così come l’attenzione alla fotoprotezione. In Italia, invece, c’è ancora molto da fare per sensibilizzare i pazienti. Questo aspetto è particolarmente rilevante perché una scarsa aderenza alle indicazioni può compromettere i risultati della procedura e aumentare il rischio di complicanze, come l’iperpigmentazione post-infiammatoria. A livello pratico, è essenziale che il medico fornisca istruzioni dettagliate e personalizzate, accompagnate da un monitoraggio attento nel post-procedura.
Come sono cambiate le richieste dei pazienti in tema skin quality e quali sono i trend?
La skin quality è da sempre importante in medicina estetica, sconfinando spesso nella dermatologia per le problematiche trattate. Negli ultimi anni, sicuramente, l’influenza asiatica e mediorientale alla cura della pelle ha portato ancora una maggiore attenzione ai dettagli (dilatazione di pori, microrughe). Un’influenza che deriva anche dalla social life, che sempre più pazienti conducono, con il volto perennemente esposto: è testimone di questa tendenza l’utilizzo di filtri da parte di chi utilizza spesso i social, proprio per perfezionare la skin quality.
Oggi la richiesta è per procedure dal risultato naturale, sia in Europa sia in Medio Oriente. Mentre in passato i pazienti, in particolare orientali, preferivano risultati evidenti e marcati, oggi la tendenza è verso risultati più naturali e armoniosi. Una tendenza che rappresenta un’opportunità per i professionisti del settore di educare i pazienti: con la skin quality si può lavorare in modo naturale e non necessariamente artefatto.
Silvia Perfetti








