
Renato Muccioli Casadei
I fili rappresentano un’alternativa non chirurgica per correggere il rilassamento localizzato al bordo mandibolare o l’appesantimento del terzo inferiore, ma sono indicati anche nei pazienti giovani interessati a un percorso di prejuvenation e skin quality
Ridefinire l’angolo mandibolare senza bisturi è una delle sfide della medicina estetica. I fili di sospensione rappresentano una risposta concreta: intervento rapido, tempi di recupero ridotti e un duplice effetto, meccanico e biostimolante. «Il filo non è solo un mezzo di trazione, ma un alleato nella ristrutturazione della cute, capace di innescare processi di biostimolazione, offrendo risultati progressivi e naturali» così Renato Muccioli Casadei, chirurgo plastico, spiega le potenzialità di questa metodica minimamente invasiva.
Dottor Muccioli Casadei, quali sono oggi le principali tipologie di fili di sospensione e in cosa differiscono?
I fili si distinguono principalmente per il materiale: i più utilizzati sono quelli riassorbibili, realizzati in acido polilattico e policaprolattone, o polidiossanone. Questi non solo garantiscono un effetto di sospensione, ma inducono anche una biostimolazione dermica, favorendo la sintesi di collagene di tipo I e III per il policaprolattone. L’impiego di fili bidirezionali, dotati di microspine convergenti, consente un solido ancoraggio ai tessuti. I fili permanenti, in genere in poliestere o silicone, sono anche essi in uso ma hanno limiti: non si possono modificare facilmente una volta impiantati e hanno un costo elevato. Inoltre, essendo posizionati nel piano dello SMAS, danno talvolta disturbi come algie per un periodo piuttosto lungo. Per questo oggi, nella pratica estetica, i fili riassorbibili rimangono la scelta principale.
Quali aree del volto si prestano meglio al trattamento con i fili?
Il profilo mandibolare è sicuramente l’area di maggiore interesse: ridefinire la linea del profilo mandibolare significa restituire freschezza e proporzione a tutto il terzo inferiore del viso. Ma i fili trovano indicazione anche nella regione zigomatica, nella guancia e nella regione orbicolare, con la possibilità di ottenere un lifting del sopracciglio (il cosiddetto effetto “foxy eyes”), purché lo stesso sia mobile e il paziente selezionato correttamente. Anche il collo può essere trattato, ma richiede spesso un approccio combinato, iniziando dal rilassamento del muscolo platisma tramite tossina botulinica, per poi intervenire con i fili.
Entrando nel dettaglio, qual è la tecnica più efficace per ridefinire la linea mandibolare?
La scelta dipende dal tipo di cedimento. In caso di rilassamento localizzato al bordo mandibolare, si utilizza la tecnica “jawline reshaping”: due vettori di trazione, uno lungo il corpo della mandibola e l’altro verticale con direzione preauricolare, mediante fili bidirezionali convergenti. I fili hanno due aghi all’estremità. Il punto di ingresso è generalmente un centimetro sopra l’angolo mandibolare per entrambi i capi del filo: il primo capo si dirigerà lungo il corpo della mandibola con uscita prima della piega della marionetta, evitando così di accentuarla; il secondo capo verrà inserito dall’angolo mandibolare nell’area preauricolare, uscendo poi al di sopra del trago e rientrando in diagonale per un altro tratto di circa 1,5-2 cm con decorso verso la marionetta. Si crea così la cosiddetta “J-stitch”, che con un angolo di 15-30 gradi rafforza ulteriormente la tenuta del filo e permette un efficace sostegno dell’angolo mandibolare, dando un ancoraggio stabile. Nei casi di maggior appesantimento del terzo inferiore, può essere indicata una configurazione a “V”, con vertice al trago: i due capi del filo creano vettori di trazione che, a seconda dell’inclinazione scelta, permettono di agire selettivamente sulla regione malare o sulla piega nasogeniena o sulla marionetta, andando a correggere anche situazioni più complesse di appesantimento.
Come si individua il piano corretto di inserimento e quali fattori vanno considerati nella selezione del paziente?
Il piano di inserimento è sempre sottocutaneo: qui i fili possono ancorarsi ai tessuti senza essere visibili o palpabili. La selezione del paziente è cruciale. Nei maschi, che hanno cute più spessa e tessuti più resistenti, si preferiscono fili più robusti. Nelle donne, con cute più sottile, occorre prestare attenzione a non rendere palpabili i fili, modulando scelta e tecnica. In presenza di poco sottocute, l’indicazione va ponderata attentamente. Dopo l’inserimento si creeranno delle pieghe cutanee posteriormente ai vettori di trazione. La cute in eccesso in parte andrà incontro a un processo di rimodellamento e di contrazione. In ogni caso, si devono gestire le pieghe cutanee residue, che nella donna possono essere facilmente camuffate con i capelli, mentre nell’uomo richiedono accorgimenti tecnici per distribuire al meglio le linee di tensione.
È un trattamento modulabile o addirittura reversibile in caso di insoddisfazione del paziente?
Con i fili riassorbibili la reversibilità è possibile. Già durante l’inserimento si può regolare la tensione, rendendo il paziente partecipe del risultato guardandosi davanti allo specchio. Nei giorni successivi, se il filo tira eccessivamente, un massaggio delicato può ridurre l’ancoraggio delle microspine. In casi estremi, è possibile estrarre il filo con anestesia locale. Nella maggior parte delle situazioni, anche un filo non perfettamente teso continua a garantire un effetto di biostimolazione, quindi può essere lasciato in sede con vantaggi per la texture cutanea. I tempi di riassorbimento variano da 12 a 18 mesi, durante i quali si instaura il cosiddetto “lifting istologico”, dato dalla produzione progressiva di nuovo collagene.
Quali accorgimenti tecnici consiglia per ottimizzare il risultato?
Il disegno pre-operatorio è fondamentale e va condiviso con il paziente per definire insieme i vettori migliori. Inoltre, consiglio sempre un approccio combinato: ad esempio, associare acido ialuronico nella regione malare per sostenere i volumi o eseguire trattamenti lipolitici sul doppio mento prima di posizionare i fili, così da ridurre il peso dei tessuti e ottenere una trazione più efficace. Infine, raccomando di programmare richiami a distanza di 2-3 mesi il primo e 6 mesi i successivi: non è utile considerare il trattamento come “una tantum”, ma inserirlo in un percorso di mantenimento, simile a quanto avviene per botulino e filler.
Quali sono le complicanze più comuni e come si gestiscono?
Le complicanze sono rare, ma vanno conosciute. L’ematoma è prevenibile con una tecnica atraumatica stando nel piano corretto sottocutaneo e utilizzando un’anestesia locale addizionata ad adrenalina, per ridurre il sanguinamento. È essenziale un campo sterile per limitare il rischio infettivo e raccomandare al paziente un’adeguata igiene dei punti di ingresso e di uscita del filo. Nei primi giorni va evitato di dormire sul fianco per scongiurare la migrazione del filo. Possono verificarsi lievi asimmetrie, correggibili aggiungendo un filo supplementare. Un’altra evenienza è il dolore puntorio dovuto alle microspine, in genere transitorio e ben gestibile con analgesici comuni. Fondamentale resta l’informazione preventiva: mostrare al paziente i fili e spiegarne il funzionamento rende più semplice la gestione di queste fasi.
In base alla sua esperienza, quali prospettive future vede per i fili di sospensione?
La tendenza è verso una sempre maggiore integrazione con altre tecniche, in protocolli multimodali personalizzati. Non si tratta solo di trazione, ma di un vero approccio di biostimolazione progressiva, di miglioramento della qualità della cute. L’obiettivo non è stravolgere i lineamenti, ma riposizionare i tessuti, restituendo naturalezza e prevenendo l’invecchiamento precoce. Per questo oggi i fili non sono più solo un’alternativa soft non chirurgica, ma uno strumento versatile, capace di offrire risultati convincenti anche a pazienti giovani, interessati a un percorso di “prejuvenation” e “skin quality”.
Silvia Perfetti








