
Emanuele Bartoletti
Dall’evoluzione delle tossine botuliniche, tra nuove molecole e necessità di evidenze a lungo termine, al ruolo della comunicazione sui social, fino alle opportunità della medicina rigenerativa: il congresso mette al centro confronto scientifico e responsabilità clinica
In occasione del 47° congresso nazionale della Società italiana di medicina estetica (Sime), in programma dal 15 al 17 maggio a Roma (https://simecongress.com/it), abbiamo intervistato il presidente Emanuele Bartoletti. L’edizione 2026 si distingue per l’elevato livello scientifico e per l’ampia partecipazione internazionale: sono oltre 900 le relazioni presentate e più di 100 i relatori stranieri coinvolti. Un dato che conferma l’attrattività della medicina estetica italiana nel panorama internazionale, anche grazie alla sua impostazione fortemente orientata all’evidence-based medicine e alla centralità della diagnosi.
Presidente Bartoletti, quali sono i principali temi del congresso di quest’anno?
Abbiamo individuato tre temi principali: tossine botuliniche, rapporto tra medicina estetica e social media, medicina rigenerativa. Il primo è un nuovo tavolo di confronto sulle tossine botuliniche.
Riguardo alle tossine botuliniche, negli ultimi anni sono entrate sul mercato italiano almeno due nuove molecole, e proprio per questo abbiamo ritenuto opportuno riproporre il confronto: avevamo già organizzato un incontro due anni fa, ma il panorama è cambiato. Si tratta di un vero tavolo di confronto tra aziende: abbiamo preparato una serie di domande, anche piuttosto incalzanti, su aspetti come il lungo termine, il follow-up, le infiltrazioni ripetute e la possibile formazione di anticorpi. Ogni azienda sarà chiamata a presentare le evidenze scientifiche disponibili sulla propria tossina.
Qual è oggi il livello delle evidenze cliniche disponibili?
Le tossine presenti sul mercato da più tempo sono quelle che dispongono della maggiore produzione scientifica, mentre le più recenti hanno ancora dati limitati. Questo non significa che non siano valide: parliamo comunque di farmaci, quindi con standard qualitativi e controlli superiori rispetto ai medical device, come acido ialuronico o bioristrutturanti. Tuttavia, proprio per la minore quantità di evidenze disponibili, riteniamo importante ottenere dati più solidi sulla loro qualità ed efficacia.
Dal punto di vista pratico, le nuove tossine richiedono cambiamenti nei protocolli?
In realtà non molto, anche perché le autorizzazioni sono state richieste sulla falsariga della tossina capostipite, quindi gli schemi di utilizzo sono in gran parte sovrapponibili.
Le principali novità riguardano alcune indicazioni, ad esempio per il collo, e il fatto che alcune tossine siano autorizzate solo per la regione glabellare. Naturalmente esiste la possibilità di utilizzo off-label, purché supportato da una minima evidenza scientifica. Proprio per questo vogliamo un confronto chiaro tra i diversi prodotti, anche perché alcune informazioni vengono talvolta poco evidenziate dalle aziende.
Il secondo tema centrale riguarda il rapporto tra medicina estetica e social media. Di cosa si discuterà?
Abbiamo organizzato una tavola rotonda sulla comunicazione in medicina estetica, tra aspetti etici e regolamentazione. Parteciperanno rappresentanti dell’Agcom, dell’Istituto di autodisciplina pubblicitaria, dell’Ordine dei medici di Roma e anche influencer medici che hanno compreso come utilizzare correttamente i social. Verrà inoltre presentato un nuovo opuscolo dell’Ordine dei medici di Roma, alla cui stesura ho partecipato, che contiene linee guida sulla comunicazione corretta.
Qual è oggi il quadro regolatorio? È sufficiente?
Assolutamente no. Non esiste un vero quadro regolatorio: esistono solo codici etici e non c’è alcuna validazione delle comunicazioni che vengono fatte sui social.
In questo contesto, come può il medico conciliare visibilità e approccio etico?
È molto difficile, perché la comunicazione sui social tende a essere banale e spettacolare: se non lo è, spesso non viene seguita.
Ci sono due problemi principali. Il primo è che i pazienti cercano conferme a ciò che già vogliono sentirsi dire e si fermano quando trovano qualcuno che le offre. Il secondo è che sono più propensi a seguire chi semplifica e banalizza, piuttosto che chi, come le società scientifiche, propone contenuti supportati da evidenze.
Noi cerchiamo sempre di accompagnare le nostre affermazioni con riferimenti scientifici. Su questo tema sono stato convocato al ministero della Salute, in un tavolo con le società scientifiche, per contribuire alla comunicazione istituzionale ai pazienti. È emersa l’idea di associare alle comunicazioni un’evidenza scientifica esplicita, o addirittura un “bollino” per i contenuti che rispettano determinati criteri. Non è semplice, perché si tratta di un ambito in continua evoluzione e difficile da controllare, come dimostra anche la difficoltà degli Ordini dei medici nel gestire le segnalazioni.
Quali interventi sarebbero necessari?
Sarebbe opportuno restringere i controlli e, se non introdurre una legge specifica, almeno richiedere il rispetto del codice deontologico. La Fnomceo ha già un codice molto chiaro sulla comunicazione verso i pazienti.
Il terzo tema è quello della medicina rigenerativa. Qual è lo stato dell’arte?
La medicina rigenerativa è un ambito di cui si parla da anni e che ha dimostrato di essere efficace anche in medicina estetica. Mancano ancora trial clinici randomizzati, ma l’esperienza clinica mostra risultati spesso superiori rispetto a quelli ottenibili con altri approcci, come biostimolazione con acido ialuronico o aminoacidi. Faccio parte di un tavolo dell’Istituto superiore di sanità e siamo riusciti a inserire, anche se con un livello di evidenza ancora basso, l’utilizzo del Prp nella prevenzione e gestione dell’invecchiamento cutaneo. Quest’anno sarà presente anche la professoressa Luciana Teofili per discutere di come stimolare la ricerca in questo ambito.
Sempre in tema di medicina rigenerativa, quali sono i principali vantaggi in termini di sicurezza?
La medicina rigenerativa, essendo autologa, presenta un rischio molto basso di reazioni avverse. È però fondamentale che le procedure vengano eseguite in ambienti idonei, che garantiscano sterilità, pulizia e qualità.
Quali criticità restano aperte?
Il problema principale è che, in medicina estetica, la diffusione delle procedure precede spesso l’evidenza scientifica, cosa che in altre specialità non accade. Manca ancora una cultura diffusa della richiesta di evidenze quando viene proposto un nuovo prodotto o una nuova procedura. Il rischio è elevato, perché i nostri sono pazienti sani e bisogna evitare che un trattamento non adeguato possa causare un danno.
Sul piano regolatorio sono stati fatti passi avanti?
Qualche passo avanti c’è stato per quanto riguarda i medical device. In passato bastava la certificazione CE, mentre oggi sono richieste almeno alcune evidenze cliniche, anche se ancora lontane dagli standard richiesti per i farmaci. Ci sono anche criticità nel controllo dei prodotti. Recentemente, preparando una lezione sui bioristrutturanti, ho verificato che un nuovo acido polilattico molto pubblicizzato non risulta autorizzato sul sito del Ministero della salute. I medici spesso si fidano delle informazioni fornite dai rappresentanti senza verificare direttamente, dimenticando che la responsabilità resta loro.
Avete avanzato proposte normative?
Sì, abbiamo proposto un emendamento per introdurre una definizione ufficiale di medicina estetica, che oggi manca, e per stabilire che debba essere praticata solo da laureati in medicina e chirurgia, escludendo altre figure. Abbiamo inoltre proposto un registro nazionale presso gli Ordini dei medici, in cui il paziente possa verificare se il professionista ha seguito un percorso formativo specifico. Sarebbe un passo importante per la sicurezza del paziente. L’emendamento è stato accettato dal ministero della Salute e discusso anche in Parlamento, ma al momento è fermo. Speravamo di poter dare questa notizia in occasione del congresso, ma siamo ancora in attesa.
Renato Torlaschi








