Al congresso dell’Associazione allergologi immunologi italiani territoriali e ospedalieri (AAIITO), Enrico Scala svela i meccanismi dell’autoimmunità IgE
«Non è soltanto una malattia infiammatoria o allergica. La dermatite atopica è una condizione più complessa, in cui entrano in gioco anche meccanismi di autoreattività. L’organismo, in alcuni casi, produce anticorpi IgE che non si limitano a riconoscere gli allergeni esterni, ma reagiscono contro componenti del corpo stesso». È una prospettiva innovativa quella descritta da Enrico Scala, direttore dell’Unità di Allergologia Molecolare Clinica dell’IDI-IRCCS di Roma, nel corso della sua lettura al Congresso nazionale dell’Associazione allergologi immunologi italiani territoriali e ospedalieri (AAIITO). Questa visione apre nuovi orizzonti nella comprensione delle malattie allergiche e atopiche, in particolare della dermatite atopica, una patologia cronica e multifattoriale che colpisce milioni di persone nel mondo, spesso con impatti significativi sulla qualità della vita. Grazie a queste intuizioni, si stanno gettando le basi per strategie diagnostiche e terapeutiche sempre più mirate e personalizzate, capaci di andare oltre i trattamenti tradizionali le terapie tradizionali e di intervenire efficacemente sulle cause profonde della malattia, migliorando così gli esiti clinici e la gestione globale del paziente.
Se l’allergia si trasforma in autoimmunità
Al centro della ricerca c’è il concetto di autoimmunità IgE-mediata. Le immunoglobuline E, note principalmente per il loro ruolo nelle reazioni allergiche, possono infatti riconoscere proteine umane che risultano simili a quelle ambientali. Questo fenomeno, noto come mimetismo molecolare, innesca un’infiammazione cronica capace di autoalimentare la malattia nel tempo. «Abbiamo identificato 48 allergeni ambientali che hanno sequenze amminoacidiche simili nelle proteine umane – racconta Scala –. Le IgE dei pazienti atopici reagiscono ad entrambe, attivando un meccanismo di risposta auto-reattiva che contribuisce alla persistenza dei sintomi anche in assenza di ulteriore esposizione all’allergene ambientale». Tale meccanismo spiega perché molti pazienti con dermatite atopica non migliorano significativamente nonostante l’eliminazione o la riduzione del contatto con gli allergeni tradizionali, evidenziando inoltre il motivo per cui le forme più gravi di questa patologia richiedano terapie mirate, spesso di tipo biosimilare. «Non si tratta di una risposta allergica aspecifica – sottolinea Scala – ma di un riconoscimento selettivo di molecole ambientali che somigliano a quelle del nostro organismo. È un dialogo distorto tra corpo e ambiente, che trasforma la difesa in autoattacco», aprendo così nuove prospettive per la comprensione e la gestione della malattia.
Il valore della diagnostica molecolare
Grazie ai test proteomici multiplex, che permettono di analizzare centinaia di molecole in un’unica seduta, il gruppo dell’IDI ha potuto mappare le interazioni IgE con un livello di dettaglio mai raggiunto prima. Questo approccio innovativo ha consentito di elaborare un indice di mimetismo molecolare, capace di correlare il profilo immunologico del paziente con la gravità clinica e la risposta ai farmaci in modo molto preciso. «Conoscere il profilo molecolare delle IgE di ciascun paziente – aggiunge Scala – ci consente di capire perché alcuni rispondono meglio a certi trattamenti e di orientare la terapia in modo personalizzato. È un ulteriore passo verso una medicina di precisione in Allergologia». L’obiettivo futuro, aggiunge il ricercatore, sarà integrare i dati immunologici e genetici con l’intelligenza artificiale, così da costruire modelli predittivi capaci di anticipare l’evoluzione della malattia e ottimizzare la risposta ai trattamenti: «La quantità di informazioni che possiamo ricavare oggi da un singolo paziente è enorme e la sfida sarà analizzarle in modo integrato e tradurle in scelte cliniche sempre più efficaci. Come diceva Aristotele, il tutto è più della somma delle parti. Studiando insieme centinaia di molecole, non si tratta più di sommare dati, ma di capire le relazioni che le uniscono. È lì che si nasconde la chiave per interpretare davvero la malattia». Questo progresso rappresenta una svolta significativa nella capacità di personalizzare le cure e migliorare gli esiti clinici per i pazienti affetti da patologie immunitarie.
La nuova prospettiva
La dermatite atopica rappresenta un esempio emblematico e fondamentale per comprendere l’evoluzione delle conoscenze nel campo delle malattie immunitarie. Si tratta di una condizione che, per la sua complessità e multifattorialità, ha aperto nuove prospettive di studio e di trattamento. Come sottolineato da Scala, «questa patologia ci insegna che non esiste più una barriera netta tra allergia e autoimmunità. Comprendere i meccanismi dell’autoreattività IgE ci permetterà di intervenire prima, meglio e con terapie sempre più mirate». E questo suggerisce un cambiamento paradigmatico nell’approccio clinico e scientifico, che punta a un intervento più tempestivo e personalizzato. Studiare a fondo i processi di autoreattività specifici per la dermatite atopica potrà infatti migliorare significativamente l’efficacia delle strategie terapeutiche, aprendo la strada a trattamenti innovativi mirati alle cause immunitarie sottostanti piuttosto che ai soli sintomi.
Lucia Oggianu








