
Mariella Fassino
La pelle è un organo che gioca un ruolo importante nelle malattie oncologiche. Il suo coinvolgimento avviene a differenti livelli che possiamo provare a delineare.
Il primo livello riguarda lo stress che la diagnosi di una neoplasia produce nel paziente, con ricadute sul suo stato di ansia, depressione, turbamento e la conseguente necessità di elaborare pensieri, strategie, modalità per far fronte alle massicce pulsioni di morte che costellano la diagnosi. In queste circostanze il dolore mentale può cedere il passo a una scissione corpo-mente che attraverso la somatizzazione cutanea determina la comparsa o la riacutizzazione di una malattia infiammatoria della pelle come, ad esempio, la psoriasi o il lichen, la vitiligine o l’alopecia areata.
Il secondo livello riguarda la possibilità che una neoplasia si presenti sulla pelle, come capita nei melanomi, nei carcinomi cutanei, nei linfomi, nelle metastasi cutanee. Una neoplasia visibile sulla pelle mette il paziente a confronto con le proprie difficoltà a non aver riconosciuto tempestivamente il nemico che si palesava sul corpo e nei casi in cui la patologia è più tenace, a ingaggiare una lotta contro una presenza difficilmente controllabile.
Il terzo livello riguarda le malattie paraneoplastiche come, ad esempio, il pemfigoide bolloso o la dermatomiosite, patologie in cui la pelle diventa la spia di una neoplasia interna e l’organo attraverso il quale è possibile sospettare e porre diagnosi di un tumore ancora silente.
Il quarto livello coinvolge le numerose manifestazioni della cute e degli annessi che si osservano nel corso delle terapie antineoplastiche. Tali effetti avversi possono essere causati dalle terapie sistemiche che comprendono i chemioterapici classici, la target therapy, l’immunoterapia, l’ormonoterapia. Anche la chirurgia e la radioterapia talora sono portatrici di manifestazioni cutanee che interferiscono con l’immagine corporea del paziente, con la rappresentazione che egli ha di sé nel rapporto con gli altri causando imbarazzo, vergogna, stigmatizzazione e relativo ritiro sociale e relazionale.
Il quinto livello esprime le parti vitali del paziente attraverso tutte le azioni, le strategie, i comportamenti che egli potrà adottare per far fronte alla malattia e per mitigare gli effetti avversi dei farmaci antineoplastici. Queste strategie coinvolgono la pelle e gli annessi e vanno dalla ricostruzione dei seni attraverso la chirurgia plastica, alla ricerca della parrucca più adatta per la paziente, alle terapie per la ricrescita dei capelli, alle frequenti richieste di correzione estetica che testimoniano la necessità e lo sforzo di investire sul proprio corpo in una prospettiva di cura e rinascita.

La malattia neoplastica è una malattia del corpo che coinvolge in modo significativo la mente e gli aspetti più arcaici dell’intricato rapporto mente-corpo. Il paziente nell’affidarsi alle cure dei medici e dell’istituzione sanitaria ritornerà un po’ bambino, mostrando le sue fragilità e il suo bisogno di aiuto. La malattia, tuttavia, può mobilitare nuove energie che si strutturano nella relazione con i curanti facendo anche emergere le parti più evolute della personalità. Queste parti, in una prospettiva psicodinamica, saranno radicate nelle esperienze di cura ricevute nel periodo preverbale, quando i genitori e i caregiver costituiscono i regolatori psico-biologici del neonato, tali esperienze possono lasciare tracce di attaccamento affidabile e rispettoso o impronte patologiche di negligenze e inaffidabilità. Nella ricerca delle strade per affrontare la malattia oncologica si delineano obiettivi che si spostano di giorno in giorno e che vanno dalla speranza di una completa guarigione a quella di una remissione o cronicizzazione della malattia, alla possibilità di convivenza accompagnata da una qualità di vita accettabile che permetta di portare avanti progetti di vita o una quotidianità sostenibile. Se il modello di relazione interiorizzato è improntato all’affidabilità e al rispetto, sarà più agevole per il paziente costruire percorsi di alleanza terapeutica improntati alla fiducia e al superamento delle difficoltà.
La malattia neoplastica coinvolge spesso le famiglie e gli affetti più intimi, paure e speranze sono condivise e vissute epidermicamente. Si delineano figure di caregiver variegate che vanno dal coniuge al figlio, dalla badante a gli amici. Tra le persone più vicine al malato si osserva talora una “pelle in comune”, che mette in condivisione angosce, frustrazioni, gioie e preoccupazioni. Quando lo spavento e il dolore sono troppo forti e mancano le parole per esprimerli, gli abbracci e le tenerezze testimoniano l’intensità della pelle come organo di comunicazione e relazione affidabile e privilegiato.
Mariella Fassino
Dermatologa
Docente presso la Scuola di Specialità in Psicologia Clinica dell’Università degli Studi di Torino








